IL RUOLO DEI DERIVATI FINANZIARI NELL’ECONOMIA GLOBALE

Articolo pubblicato sulla rivista “Indipendenza”, n. 35, novembre/dicembre 2013

 


 

1 – Cosa sono i derivati 

Con l’avvento della grave crisi economico-finanziaria di questi ultimi anni, si è sentito parlare in modo ricorrente dei derivati quali strumenti largamente impiegati nei mercati globali di capitali e la cui capillare diffusione costituisce senz’altro una delle manifestazioni esteriori maggiormente evidenti – anche agli occhi dei profani – della stessa crisi.

Ma cosa sono esattamente i derivati finanziari?

Possono essere individuati quale elemento causale nell’avere determinato gli scenari macro-economici di questa fase storica oppure i derivati sono più che altro un mero effetto esteriore della crisi sistemica del capitalismo occidentale?

In quali termini essi hanno avuto incidenza nella produzione dei principali squilibri del sistema economico-finanziario internazionale?

Nell’accingerci a compiere un percorso di approfondimento del mondo dei derivati, è necessario muovere da una sintetica descrizione delle caratteristiche assunte nell’ultimo trentennio dal sistema economico del mondo occidentale per poi provare a mettere a fuoco alcune nozioni basilari in ambito finanziario.

Come si sa, in questi ultimi decenni, le economie dei Paesi integrati nel sistema occidentale, a partire dal loro baricentro statunitense, sono state interessate da un massiccio spostamento di insediamenti produttivi e manifatturieri verso alcune aree geografiche (la Cina ed il sud-est asiatico) contraddistinte da condizioni ritenute largamente più favorevoli per gli investitori, in primis a causa del fenomeno del cosiddetto dumping salariale ma, in realtà, non soltanto a causa di esso.

In sostanza, quel vasto processo che ha preso il nome di globalizzazione neo-liberista ha tratto origine da alcuni accordi strategici sottoscritti negli anni ’80 del secolo scorso tra i gruppi dirigenti di U.S.A. e Cina ed ha favorito, oltre alla delocalizzazione produttiva, il transito di grandi flussi di capitali occidentali verso buona parte dei territori del sud-est asiatico (non solo la Cina ma anche Corea del sud, Tailandia, Filippine, Indonesia, Malesia, Taiwan, Singapore, ecc.).

La conseguenza di questo fenomeno portentoso, che ha coinvolto larghissimi settori dell’economia di quasi tutti i Paesi occidentali, è stata duplice: in primo luogo, le nostre economie si sono deindustrializzate e terziarizzate, giacchè per i detentori di grandi capitali è risultato molto più redditizio, anziché continuare a produrre beni da queste parti, decentrare gli insediamenti produttivi nel far east; d’altro canto, una parte consistente di capitali emigrati in estremo oriente, una volta “ingrassata” per gli alti margini di profitto conseguiti in quel contesto, è progressivamente rientrata nei circuiti finanziari occidentali [1], cercando in qualche modo di produrre nuovi e ulteriori profitti come è nella stessa natura del capitalismo.

Ecco dunque che in occidente è venuta a formarsi una immane massa di capitali, di dimensioni mai viste prima d’ora e che, non trovando più sufficienti margini di redditività nei confini tradizionali dell’economia produttiva e manifatturiera, si è rifugiata giocoforza nei mercati finanziari, dando luogo a quel fenomeno solitamente conosciuto come la creazione di nuovo denaro dal denaro medesimo (cd. “finanziarizzazione dell’economia”).

E’ in questo inedito contesto economico-finanziario che i derivati hanno potuto trovare larga affermazione nei mercati di capitale.

Come si evince dal loro stesso etimo, i derivati non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco bensì derivano il loro valore da altri prodotti finanziari ovvero da beni reali alla cui variazione di prezzo essi sono agganciati: il titolo o il bene la cui quotazione imprime il valore al derivato assume il nome di sottostante (in inglese: underlying asset).

Ogni derivato, dunque, consiste in una previsione (o, se si vuole, in una scommessa) sull’andamento futuro di un particolare valore, come ad esempio prezzi di merci o di materie prime ovvero quotazioni di titoli, tassi d’interesse, tassi di cambio tra valute diverse, indici di borsa, ecc.

L’oggetto del contratto derivato, pertanto, non è il valore del bene in quanto tale bensì il differenziale dato dalla comparazione tra due indici o valori in due o più tempi prestabiliti (ad esempio, tra il prezzo di un sottostante al momento della stipula del contratto e quello che esso avrà assunto alla sua scadenza).

A ben vedere, i derivati non sono propriamente nati nell’epoca contemporanea, atteso che la loro esistenza può addirittura essere fatta risalire – ancorchè in forma rudimentale – a certe pratiche commerciali diffusesi nei mercati anglo-francesi nel periodo tardo-medievale.

In particolare, alcuni studiosi hanno rintracciato in antiche forme di acquisto a termine di derrate alimentari, stipulate con lo specifico fine di garantire una copertura contro eccessivi rialzi o ribassi della merce conseguenti ad accadimenti metereologici tali da influenzare il volume e la qualità del raccolto, le caratteristiche di due archetipi dei contratti derivati moderni: il future e l’option [2].

Sembra che la prima esperienza storica di mercato al cui interno si sia sperimentata la libera negoziazione di contratti options (opzioni) sia quella legata al commercio dei bulbi di tulipano olandese, nel XVI secolo, da cui avrebbe tratto origine una delle prime bolle finanziarie della storia.

Tradizionalmente, dunque, i derivati sono nati come strumento di negoziazione a termine di beni reali (altro esempio è quello dei metalli preziosi) ma col tempo essi si sono affermati soprattutto in collegamento alla quotazione di grandezze finanziarie. Più di recente, non sono mancati i derivati agganciati a elementi più impalpabili, come le variabili atmosferiche o le quote di emissioni inquinanti.

La più antica borsa di derivati è sicuramente il Chicago Board of Trade, fondata nel 1848.

Questo organismo visse il suo primo momento di euforia nel 1865, durante la Guerra di Secessione, quando il commercio del grano finì sotto il controllo di avidi speculatori (soggetti del tutto estranei alla filiera di produzione cerealicola) i quali lucrarono somme esorbitanti dalla difficile reperibilità del prodotto agricolo sui mercati.

Il secondo e più celebre mercato finanziario ove le primigenie forme di derivato ebbero ad affermarsi fu il London Metal Exchange, fondato nel 1877.

In tempi a noi più vicini, una volta esauritosi il lungo ciclo di espansione capitalistica successivo al secondo conflitto mondiale (cosiddetto periodo fordista-keynesiano), alcune “menti fini” operanti all’interno dei circoli finanziari dei Paesi anglo-sassoni (essenzialmente a Wall Street e nella City londinese) hanno pensato bene, a partire dai primi anni ‘80 del secolo scorso, di rilanciare alla grande la funzione speculativa dei derivati.

Infatti, per le loro caratteristiche intrinseche, i derivati si sono prestati benissimo ad assolvere alla funzione di produrre profitti puramente virtuali, ossia di creare “denaro da altro denaro” attraverso operazioni di mera speculazione (in inglese: trading): è questa la fondamentale ragione per la quale i derivati hanno finito per acquisire, ai giorni nostri, un ruolo di assoluta centralità nel sistema economico-finanziario globale.

 

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Il miliardario statunitense Warren Buffet

 

In fin dei conti, il capitalismo finanziario occidentale, nell’epoca che viviamo, ha deciso di fondarsi strutturalmente sul metodo della scommessa, aprendo le porte di un grande casinò dove è consentito – a chiunque abbia la voglia e i mezzi per farlo – scommettere su qualsiasi entità, senza porsi preoccupazioni di sorta per le immense ricadute, spesso nefaste, che questo gioco “pericoloso” può produrre nella vita di miliardi di persone.

La descrizione più cruda e schietta dei derivati finanziari è forse quella ascrivibile al miliardario americano Warren Buffet, il quale, pur avendoci costruito sopra una fortuna tutta personale, non ha avuto remore nel definirli “un’arma di distruzione di massa”.

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2 – La potenzialità distruttiva dei derivati: come e perché tali strumenti moltiplicano in misura esponenziale gli effetti di una crisi finanziaria

Per cercare di mettere a fuoco il nesso causale tra la funzione dei derivati e la grande crisi di questi anni potremmo provare ad affermare che, se forse non è propriamente corretto attribuire a tali strumenti finanziari la responsabilità di avere innescato la crisi, è senz’altro certo che essi ne abbiano ampliato a dismisura gli effetti perniciosi.

Una delle caratteristiche peculiari del derivato è quella di essere uno strumento finanziario acquistabile sui mercati da un numero indefinito di scommettitori che non vantano alcun rapporto diretto col titolo (o col bene) sottostante e che, in altre parole, non sono direttamente coinvolti nell’operazione economica dal cui andamento il derivato trae il suo valore.

Ad esempio, chi decide di investire i propri soldi in una operazione in derivati correlata all’indice del prezzo del petrolio può tranquillamente partecipare a questa scommessa pur non vantando alcun rapporto diretto con la produzione nè con la compravendita del cosiddetto “oro nero”.

Più in particolare, l’investitore Tizio, pur non essendo un petroliere, se acquista un derivato future collegato al prezzo del greggio, decide di scommettere su un ipotetico scenario che vedrebbe la quotazione del petrolio scendere ovvero salire di una certa intensità in un determinato periodo: così facendo, lo scommettitore Tizio, forse anche senza saperlo, si è ritagliato un ruolo decisivo nella determinazione del prezzo del petrolio sui mercati delle materie prime.

Infatti, come si sa, la finanza, al pari di altre attività umane, è dominata da meccanismi di psicologia di massa.

Se i più importanti investitori del mercato finanziario occidentale si mettono in testa di scommettere sulla crescita del prezzo del petrolio, essi finiscono per innescare un fenomeno di emulazione che coinvolgerà anche i più piccoli operatori di Borsa e il cui effetto finale sarà quasi sicuramente, già nel breve periodo, quello di determinare su scala globale un aumento costante del prezzo del petrolio.

 

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Alla stregua del meccanismo appena descritto, un’approfondita disamina dei movimenti di capitale finanziario registratisi nell’ultimo decennio ha indotto gli analisti più avveduti a contestare la fondatezza delle spiegazioni più diffusamente fornite dai principali mezzi di comunicazione di massa e dagli economisti più conformisti circa il fenomeno di costante crescita del prezzo del greggio al barile: quante volte si è letto sui giornali del circuito mainstream che l’aumento del prezzo al barile era legato al costante pericolo di guerre in vicino oriente ovvero al presunto raggiungimento del picco del petrolio (sensazione, quest’ultima, in qualche modo corroborata dal silenzio reticente sulla quantità delle stimate riserve di greggio osservato dal Governo del Paese-produttore che è tradizionalmente il più solido alleato degli U.S.A. nella regione, ossia l’Arabia Saudita)?

In realtà, oggi sappiamo (o dovremmo sapere) che il sensibile balzo in avanti del prezzo del greggio di questi ultimi anni, tale da costringerci a mutare in misura significativa alcune nostre abitudini di vita, ha ben poco a che vedere con la legge del rapporto tra domanda ed offerta fisica di petrolio ed è essenzialmente legato alla pressione speculativa registratasi sui mercati dei derivati futures, ove a fare la parte del leone ci sono i fondi speculativi petroliferi e le grandi banche d’investimento come Citigroup, JP Morgan Chase e l’onnipresente Goldman Sachs, agevolate nel loro “attivismo” dal conciliante atteggiamento storicamente assunto dall’agenzia del Governo degli Stati Uniti preposta alla regolamentazione di questa tipologia di derivati, la Commodity Futures Trading Corporation (CFTC).

 

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A rendere oltremodo facile e priva di ostacoli l’azione dei fondi speculativi sulle materie prime ci ha pensato altresì la normativa di base adottata in materia dal Governo U.S.A. a partire dall’anno 2000: il Commodity Futures Modernization Act (CFMA), che ha dato il disco verde alla libera negoziazione dei derivati futures energetici, è stato approvato sotto la supervisione del banchiere Timothy Geithner, già dirigente della sezione di New York della Federal Reserve e poi assurto alla carica di Segretario al Tesoro nella prima Amministrazione Obama.

Un altro ambito ove si è dimostrato l’enorme impatto che i derivati su beni reali (commodities) sono in grado di avere sulle condizioni di vita di milioni di persone è la celebre vicenda dell’impennata del prezzo della farina di mais in Messico, registratasi negli anni 2007 e 2008, al punto da rendere proibitivi i costi di produzione delle popolarissime tortillas, l’alimento-base nella dieta messicana. In quel caso, la manipolazione del prezzo dei cereali era anche da collegarsi allo spostamento di massicci investimenti finanziari verso le colture cerealicole per la grande aspettativa che in quel periodo era stata suscitata dal loro utilizzo al fine di produrre carburante naturale biodiesel. Ed anche in quella vicenda, lo strumento artificioso attraverso cui fare aumentare il prezzo del mais e degli altri cereali era stato quello dei derivati futures e options all’interno della Borsa di Chicago.

Come si vede, gli ambiti di azione in cui i derivati finanziari esplicano la loro pericolosa potenzialità distruttiva sono molteplici e variegati.

Ma cerchiamo di capire più nel dettaglio come funzionano tecnicamente i derivati.

Ogni scommessa, per poter vivere, ha bisogno di almeno due soggetti. Anche in questo campo, infatti, ogni acquirente di un derivato ha sempre come suo contraltare un diverso soggetto che emette sul mercato quel medesimo prodotto finanziario e dunque, al realizzarsi di un certo scenario X o di un opposto scenario Y sul cui avveramento gli scommettitori hanno rispettivamente investito i propri fondi, ci sarà sempre qualcuno che ci guadagnerà e qualcuno che ci perderà.

Analogamente a quanto avviene nel campo delle scommesse sportive, anche nel settore dei derivati finanziari operano alcuni soggetti professionalmente preposti alla attività di organizzazione e gestione di veri e propri “banchi per le scommesse”.

Con l’incremento del numero di scommettitori che accorrono al banco-scommesse, è naturale che aumenti in misura esponenziale l’opportunità di guadagno ovvero il rischio di perdita a cui va incontro il gestore delle scommesse.

L’immagine del banco-scommesse è nient’affatto aliena rispetto al mercato finanziario dei derivati in quanto, come abbiamo visto poc’anzi, la peculiarità di tale strumento risiede nel fatto che esso può essere acquistato da un numero indefinito di investitori/speculatori e dunque, se la scommessa va bene per l’organizzatore del centro-scommesse (nel nostro caso, la banca o un altro istituto finanziario o assicurativo che emette i derivati) il suo guadagno sarà molto alto ma se gli va male le perdite per tale soggetto potrebbero rivelarsi esiziali.

Infatti, l’effetto di leva del derivato moltiplica il rischio finanziario fino a fargli assumere una portata sistemica, come in effetti sta accadendo nel corso della grande crisi apertasi a partire dagli anni 2007-2008.

 

Lehman Brothers

 

Il caso di scuola che ha fatto materializzare uno scenario assai vicino a quello appena descritto è quello che ha visto coinvolto il più grande colosso assicurativo del mondo, la A.I.G. (American International Group), costretta nel 2008 a rimborsare cifre astronomiche per avere emesso un gran numero di derivati CDS (Credit Default Swap).

Emettendo tali “polizze” in numero esorbitante, la grande corporation assicurativa nordamericana si era impegnata a coprire il rischio di insolvenza legato ai titoli “tossici” detenuti dalla società finanziaria Lehman Brothers che, a sua volta, si era fatta coinvolgere in un vasto affare di cartolarizzazione del debito legato ai tristemente noti mutui subprime.

Quando, col fallimento della Lehman, i detentori dei suoi titoli “tossici” (prima tra tutti la Goldman Sachs) hanno fatto scattare l’operatività della clausola di copertura a carico della A.I.G., quest’ultima, costretta a rimborsare da un minuto all’altro miliardi di dollari di cui non disponeva, si è trovata di fronte alla secca alternativa tra l’essere salvata o il dichiarare anch’essa fallimento.

Come è noto, soltanto l’intervento “generoso” del Tesoro americano e della Federal Reserve, con un prestito di oltre 200 miliardi di dollari, erogato alla fine del 2008, è riuscito infine a scongiurare il fallimento della più grossa compagnia assicurativa al mondo.

La vicenda del salvataggio dell’A.I.G. costituisce un esempio paradigmatico di come in questi ultimi anni si stia provvedendo a coprire le falle prodotte dallo scoppio della bolla interna al sistema finanziario occidentale.

Gli organismi che sovrintendono alla regolamentazione ed alla vigilanza del settore, dopo avere chiuso per un lungo periodo “tutti e due gli occhi”, consentendo che si facesse un uso incontrollato della finanza derivata per conseguire profitti virtuali astronomici e, al contempo, per mascherare le perdite in seno ai grandi colossi finanziari, sono intervenuti a correre ai ripari soltanto all’ultimo minuto, con delle imponenti “iniezioni di liquidità” giustificate agli occhi dell’opinione pubblica internazionale col noto argomento secondo cui non sarebbe stato salutare per nessuno consentire il default di grossi istituti “too big to fail”.

Il punto critico di questo ragionamento è che le cosiddette “iniezioni di liquidità”, in fin dei conti, altro non sono che delle massicce operazioni di prestito, a tasso più che agevolato, messe in atto da organismi pubblicistici (analogo discorso può farsi per la B.C.E.) ma le cui conseguenze finiscono inevitabilmente per essere pagate dalla collettività (ad esempio, con l’inasprimento del prelievo fiscale).

E dunque, i soggetti protagonisti della finanza occidentale, dopo avere lucrato profitti astronomici grazie a quella enorme massa di denaro virtuale da loro stessi creata, a seguito dello scoppio della grande bolla, avvenuto tra il 2007 ed il 2008, hanno pensato di scaricare “a valle” le conseguenze della inevitabile perdita di valore dei titoli cosiddetti “tossici”, liberando i propri bilanci da queste “patate bollenti”.

I derivati tossici hanno finito così per passare di mano in mano, secondo uno “schema Ponzi[3] che ha visto quali ultime vittime sacrificali i risparmiatori e gli azionisti nonchè le altre banche e imprese di Paesi stranieri politicamente più deboli, come l’Italia.

La cornice politica e giuridica in cui tale strategia finanziaria, ideata dai grossi “squali” della finanza occidentale, ha potuto esplicarsi, è stata contraddistinta da una spinta costante verso una tendenziale deregulation dei mercati di capitale.

Infatti, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, tanto negli U.S.A. quanto in Europa, sotto l’influenza dell’azione di lobbying delle grandi banche d’investimento, si è favorita una generale liberalizzazione dei derivati O.T.C. (over the counter), vale a dire di strumenti negoziati al di fuori dei mercati regolamentati, senza tenere conto delle ricadute che ciò avrebbe prodotto sugli interessi collettivi e senza l’adozione delle necessarie cautele a protezione dell’economia reale.

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[1] Come si ricorderà, nel 1997 vi fu una enorme fuga di capitali dai Paesi più periferici dell’area del far-east: Tailandia, Malesia, Singapore, Indonesia, Corea del Sud, Filippine. La sola Cina, non avendo mai aderito ai diktat liberisti imposti dal FMI, riuscì a sottrarsi a questo fenomeno. La vicenda è ben descritta nel noto saggio della giornalista canadese Naomi Klein, Shock Economy, l’ascesa del capitalismo dei disastri, edizioni BUR, 2008.

[2] Cfr. Emilio Girino, I contratti derivati, Giuffrè editore, 2^ edizione, Milano 2010, p. 31-32.

[3] Lo schema Ponzi è un modello di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, a loro volta vittime della stessa truffa. Fu ideato e messo in atto i primi anni del Novecento negli Stati Uniti dal celebre truffatore ed emigrato italiano Charles Ponzi.