NEL CINEPANETTONE DI CAPODANNO VA IN ONDA L’ELOGIO DELLA PRECARIETA’

Le vie della manipolazione mentale e del condizionamento culturale – come si sa – sono infinite.

Viviamo un periodo storico contraddistinto per tutti, specie per le giovani generazioni, da una strutturale precarietà che ogni giorno di più si estende inesorabilmente a tutte le tipologie di relazioni tra le persone.

In particolare, il fenomeno della precarizzazione dei rapporti lavorativi e di quelli amorosi sembra ormai affermarsi come la principale tendenza socio-antropologica di questo secolo e nessuno sembra avere la forza per fermare tale immane processo di cambiamento culturale, al punto che ormai nella nostra società si assiste a delle incisive modifiche di fondamentali abitudini di vita a cui solo fino a pochi anni fa tutti sembravamo abituati: in ogni campo, ad affermarsi è la cosiddetta “società liquida” ben descritta dal sociologo Zygmunt Bauman.

In questo contesto, il film surreale e pseudo-comico “Quo vado?”, appena uscito nelle sale a capodanno con protagonista l’attuale eroe dei botteghini Checco Zalone, riesce a fare passare un messaggio tanto paradossale quanto subdolo e mistificatorio, realizzando una pesante ridicolizzazione del concetto di stabilità nelle relazioni tra gli esseri umani, sia nel lavoro che in famiglia.

Nel film il comico pugliese incarna il tradizionale pubblico impiegato in un ufficio decentrato della amministrazione provinciale di Bari, addetto al rilascio delle licenze nel settore caccia e pesca.

Il mondo del lavoro sta rapidamente mutando ed anche ai vertici della Pubblica Amministrazione (un tempo rifugio per tutti coloro che desiderassero mantenersi stretto un posto sicuro quale garanzia preliminare per mettere su famiglia) esigono che i funzionari si adeguino ai modelli contrattuali cosiddetti “atipici” ed accettino la mobilità e la perdita delle tradizionali garanzie, in cambio di una vita surrettiziamente presentata come più eccitante e ricca di nuovi stimoli.

Ma il barese Checco Zalone non ci sta: spalleggiato dagli anziani genitori pensionati, dalla sua fidanzata conosciuta fin da ragazzino e che attende solo di sposarlo, nonché dal tradizionale vecchio uomo politico da “Prima Repubblica” ed amico di famiglia (impersonato da Lino Banfi), prova a fare l’impossibile pur di tenersi stretto il suo “posto fisso”.

A quel punto, i suoi dirigenti provano a mettere in atto ogni forma di ritorsione e di mobbing pur di convincere il riottoso ragazzone trentottenne ad abbandonare le sue sicurezze esistenziali ed a lanciarsi nel nuovo mondo dei rapporti lavorativi atipici e para-subordinati, quelli dove da un momento all’altro puoi essere trasferito di sede e in cui non sono più garantite né la tredicesima né l’indennità di malattia.

Facendo indossare al comico pugliese i panni un po’ goffi del vecchio modello di impiegato del settore pubblico, enfatizzandone tutti gli aspetti deteriori in chiave caricaturale, il film riesce a trasmettere agli spettatori un messaggio subdolo e subliminale: oggigiorno, tutti coloro i quali ancora pretendono un posto di lavoro stabile e munito di tutte le tradizionali garanzie retributive e socio-assistenziali appartengono al vecchio. In altre parole, il film “Quo vado?”, nemmeno in forma troppo velata, realizza un elogio di modelli culturali e comportamentali in base a cui – per dirla alla Celentano – il posto fisso è “lento” mentre la precarietà è “rock.

Sbaglia di grosso chi pensa che un film di Natale è soltanto un film di Natale.

Per le nostre elites politico-culturali, il cinema costituisce da sempre un formidabile strumento di manipolazione delle coscienze e di modellamento degli schemi culturali verso cui spingere tutti quanti, specie i più giovani, a conformarsi.

La sceneggiatura del film in commento, tra una gag e l’altra, riesce a celebrare tutti i peggiori luoghi comuni dell’attuale pensiero unico “politicamente corretto”: il pubblico fa schifo mentre il privato equivale ad efficienza; gli enti pubblici intermedi (come le Province) vanno aboliti giacchè costituirebbero meri ricettacoli di favori impropri e clientelismo; la stabilità nelle relazioni amorose appartiene solo ai vecchi “Matusa” mentre è “figo” avere quattro figli diversi da quattro partner diversi (come accade alla nuova fidanzata di Checco Zalone nel film); e ancora, nella Prima Repubblica si rubava e c’era tanta corruzione, bla bla bla……Sullo sfondo, si riesce a cogliere molto bene il tentativo del regista di ridicolizzare i cittadini italiani meridionali, presentati come i più recalcitranti – dato il carattere tradizionalmente “solido” dei loro valori e legami di clan – ad adeguarsi ai nuovi modelli di vita nord-europei che esigono di accettare una precarietà a 360 gradi, finanche esistenziale.

Tutti i tradizionali istituti socio-assistenziali – dalla maternità agli assegni familiari – che per decenni hanno garantito le generazioni di lavoratori impersonati dai genitori di Checco Zalone vengono fatti oggetto di apposita ridicolizzazione caricaturale, quasi che essi rappresentassero in sé e per sé una forma di abuso (ed è qui che il film tradisce maggiormente il suo intento subdolo e manipolatorio).

E pertanto, cari ragazzi…..se volete essere alla moda, dite addio con allegria e con sprint al vecchio e noioso posto fisso, prendete in giro i vostri genitori se essi sono ancora affezionati a istituti desueti e consunti quali l’indennità di maternità o di malattia ovvero, peggio ancora, all’assegno di invalidità (onta delle onte!).

E infine, cari ragazzi – questo l’altro messaggio del film – abituatevi ad ogni forma di “amore liquido”, proponendo fin da subito al vostro fidanzato o fidanzata di stipulare un contratto a termine a cui agganciare il vostro rapporto sentimentale. E infine, se proprio volete essere alla moda, prediligete i rapporti omosessuali o, al limite, bisex!

 

Giuseppe Angiuli